Giovanna Calvenzi: “Le cinque vite di Lisetta Carmi”

Una regola che permane costante nella letteratura e non solo è quella che più si legge e più si allargano conoscenze; l’acculturamento attraverso nuovi scritti e scoperte di personaggi aggiungono sempre qualcosa al bagaglio conoscitivo che ingloba ogni cosa.
Sinapsi nuove permettono pertanto l’accumulazione catalogata d’informazioni che, elaborando nuovi input al preesistente, producono variazioni che elaborano continuamente i pensieri o, in alcuni casi, inducono perfino a rivedere e a ripensare punti di vista che apparivano quasi definiti.
Lo studio e l’applicazione presuppongono pertanto una rivisitazione continua del nostro modo di essere, atteso che a sua volta, quest’ultimo, deriva anche da concezioni generazionali preesistenti strutturate nel DNA tramandatoci nel tempo.
E torniamo sempre alla solita questione. Quella che porta a chiederci cosa c’è di veramente originale e nuovo nell’evoluzione continua del pensiero umano.
In questo dilemma si accomuna anche la fotografia, laddove si suole dire che l’esercizio fotografico ci porta a congelare in un click ciò che la nostra cultura sa riconoscere. Quindi corrisponde al vero il fatto che molte sono le realtà presenti nel quotidiano e che, fino ad un certo punto, risultano sconosciute, anche per le differenti evoluzioni umane.
In questo, le scoperte sono costatazioni di fatto, frutto di prolungate osservazioni o, più semplicemente, d’occasionali accadimenti colti da delle menti studiose e attente.
Mentre però negli ultimi millenni e anche per la deriva dei continenti, si sono mantenute evoluzioni culturali differenziate a causa delle diverse enclavi in cui si è diversificata la razza umana, oggi, nell’era della globalizzazione, il pensiero unico è più che mai corrente. Ne deriva che le comunicazioni, frutto di un’evoluzione tecnologica sempre più efficiente, consente cognizioni diffuse di tutte quante le scoperte, scientifiche o di ogni qualsivoglia mutazione culturale delle diverse razze che coabitano il pianeta. Ma, come spesso capita, ogni medaglia ha pure un suo rovescio.
Coniugare le positività che possono derivare da un progresso che beneficia di comunicazioni pressoché universali d’ogni evento è anche un aspetto che si scontra con l’indole negativa conosciuta e connaturata alle debolezze della natura umana. Non bastano quindi sistemi politici e religioni definite aperte, quando anche l’istinto dell’uomo più evoluto ha a che fare con i suoi aspetti primordiali reconditi, legati ancora al tempo dell’istinto per la sopravvivenza. Anche se oggi questi caratteri sono principalmente rivolti all’affermazione dell’ego, inteso non solo in senso di singolo, ma anche di clan, gruppi etnici e appartenenze organizzate in ambiti socio-culturali e riconosciuti unilateralmente a modelli.
Sono quelle false verità che inducono talvolta a crederci superiori, per razza, fede, assetto politico e quant’altro, fino a illudere di poter esportare ad altri quella che definiamo fideisticamente come nostra democrazia. Le tante visioni poco illuminate degli assetti socio-politici che si riciclano periodicamente, affollando il pianeta, e che ci accompagnano nel tempo, rappresentano una delle basi su cui si continuano a mantenere e ad alimentare le molte conflittualità ideologiche e le correlate inevitabili guerre (dichiarate o sottese ha poca importanza).
Se poi pensiamo alla breve invenzione della scrittura e che molta dell’avventura umana si era sempre basata sulla trasmissione orale delle storie, tenuto anche in conto che ogni vincitore ha teso sempre a trasmettere come storia veritiera il proprio punto di vista, sono stati pure certamente tanti i personaggi “atipici” offuscati o cancellati nel e dal tempo.
Quest’ampia premessa mi è stata suscitata dall'attualità politica, associata in parte alla lettura dei contenuti del libro “Le cinque vite di Lisetta Carmi. Un volumetto con il quale Giovanna Calvenzi racconta e raccoglie testimonianze su un'affermata fotografa un pò bizzarra del nostro tempo che, all’apparenza, ha dell’inverosimile, ma che se poi l’accosti ad altri personaggi e alle relative storie, ti accorgi che non costituiscono anomalie ma delle sorprendenti eccezioni che si elevano nel panorama umano che ci accompagna. L’argomento messo in campo è alquanto ampio e difficile da sviluppare in un breve scritto. Ognuno, in ogni caso, avrà avuto già modo di riflettere sopra molti degli aspetti accennati e sicuramente saranno tante le riflessioni che hanno portato a differenti convincimenti.
Tornerei quindi all’argomento fotografia e di come l’azione della Carmi si correlazioni in qualche modo ad esso.
Le diverse fasi di una vita del personaggio in questione, quasi divisa in parentesi temporali di un calcolo algebrico, costituiscono esempio di come molto spesso le esistenze di alcuni soggetti si compongono di tanti blocchi; che si alimentano e integrano col solo intento di compenetrarsi in contaminazioni che tendono a completare cicli più complessi, che ambiscono a proporsi via via in significative composite sintesi.
Le cinque vite della Carmi narrate dalla Calvenzi, arricchite anche da apporti scritti da altri personaggi che sono stati testimoni diretti delle diverse fasi esistenziali raccontate, consentono di cogliere l’essenza di una personalità che persegue costantemente per prima cosa una ricerca su se stessa. Attraversando esperienze diverse che rimangono legate e che comunque si arricchiscono durante lo scorrere del tempo lungo la vita.
La complessità dell’individuo Carmi potrebbe quasi paragonarsi all’esperienza parallela e accomunata di cinque personaggi che potrebbero anche essere state delle persone diverse che costituiscono un clan, con una filosofia di vita consociata, ricca di interscambi, indirizzata a un unico intento.
Rientrando nel solo tema fotografia, la citazione attribuita alla della Carmi, riportata in quarta di copertina nel libro, con la quale la stessa afferma che “una fotografia non è mai esistita nella mia testa prima dello scatto: io vedo ciò che c’è, vibro con ciò che c’è, mi emoziono con ciò che c’è”, potrebbe indurre ad aprire un altro ampio discorso sulle tante progettualità ostentate e portate avanti da molti fotografi.
Risulterà in ogni caso utile soffermarsi sulla verità affermata, che enfatizza la sensibilità individuale che guida il fotografo in campo, su cui tanto e da sempre si dibatte.
Nel corpo del volume, e specificatamente in quattro pagine del libro (pagg. 62-65) la Calvenzi riporta uno stralcio di una tesi di laurea di Patrizia Pentassuglia (Una vita alla ricerca della verità. L’esperienza fotografica di Lisetta Carmi), che allarga ulteriormente il pensiero della Carmi riguardo alla fotografia più in generale e non solo.
Brevi domande circostanziate poste dalla laureanda e le corrispondenti risposte precise e esaustive della Carmi, forniscono una visione lucida e semplice di quello che per lei è stata sia la fotografia che le sue visioni di vita correlate. Nelle diverse fasi, nelle componenti e nelle regole, comprendendo in ciò anche la funzione dei mezzi impiegati e il relativo utilizzo attuato per documentare, raccontare, interpretare l’insieme che è ha determinato le sue produzioni fotografiche. Poco importa se per l’ottenimento di una singola fotografia o per la raccolta di un gruppo d’immagini.
Si parte dall’importanza della didascalia per una foto e a considerazioni che si richiamano a punti di vista di autori come Arbus, Weston, Sontag.
Per dare una chiara visione del punto di vista della Carmi sui fotografi di ogni tempo, può risultare utile parte della riscposta in cui afferma che “Ci sono fotografie che restano come modelli di perfezione. Volendo fare dei nomi: Robert Capa, Werner Bischof, Ansel Adams, Henri Cartier Bresson; le loro immagini resteranno nel nostro inconscio come una ricchezza che non ci lascerà mai più”. Una chiave di verità che tutti noi conosciamo e che, più o meno, ciascuno spesso mette in campo nel momento in cui si accinge a leggere una scena e a comporre la propria fotografia.
I vincoli di copyright non consentono di riportare più ampiamente i testi a cui si fa cenno, occorrerà nel caso attivarsi per prendere visione di una copia della tesi della Pentassuglia o del piccolo volume di meno di 200 pagine della Calvenzi che, corredato anche da parecchie immagini in bianco e nero, è proposto dalla casa editrice Bruno Mondadori (edito nel febbraio del 2013).
In conclusione occorre anche ricordare che le tante vite che compongono il vissuto artistico o esistenziale di ogni individuo, costituisce spesso una normalità. Fra i fotografi famosi spicca Henri Cartier Bresson che, frequentando molti intellettuali del suo tempo, nasce pittore e che dopo essersi affermato in fotografia, ritorna alla sua passione di un tempo. Per quanto possa tornare utile, nel blog che ho creato nel momento dell’apertura del mio tempo di quiescenza ebbi, ad esempio, a scrivere a proposito di blocchi esistenziali: "Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Buona luce a tutti!

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