“Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

Inizio con un brano di una nota canzone di De Gregori per evidenziare come più frequentemente di quanto si possa pensare, sono in tanti coloro che nel giudicare una immagine si soffermano sui dettagli prima ancora di cercare di cogliere l’essenza e valutare l’insieme.

Non sempre però le perfezioni estetiche premiano o riescono a definire in assoluto che quanto si è prodotto osservando i canoni corrisponde a un’opera meritevole d’attenzione.

Sarebbe come affermare che solo a un testo scritto, che adotta una sola struttura compositiva e una forma calligrafica esteticamente perfetta, corrisponde comunque e sempre un contenuto autorevole.

Eppure, in molte fotografie che aspirano ad avere velleità artistiche, l’osservanza della sezione aurea e della regola dei terzi spesso sembrano prevalere  a prescindere.

Intanto ci sarebbe da chiedersi: quante volte dette composizioni sono state concepite come tali fin dal momento dello scatto? Ovvero, se non sono state frutto di casualità le coincidenze convenzionali di linee, curve e spirali; domandarsi pure se tagli successivamente effettuati in fase di postproduzione hanno portato ai risultati classici anzidetti e, infine e nel caso, se questi post processi hanno una valenza per qualificare  il livello artistico di un autore.

Verrebbe da dire che, poiché chi osserva una fotografia esposta contempla solo l’immagine finale, dovrebbe essere il risultato ultimo quello che conta, a prescindere dal processo attuato a monte per generarla.

Conoscenze più approfondite anche su fotografi affermati hanno rivelato come spesso diverse foto derivino da scelte di formato e tagli compositivi apportati in sede di postproduzione, indirizzando l’immagine originaria verso risultati ideati solo a posteriori da chi ha effettuato lo scatto. Tanti sono al riguardo gli esempi.

Proviamo per un attimo ad immaginare tutte le fotografie realizzate con noi costretti ad osservare pedissequamente teorie e regole fisse. Ci troveremmo di fronte a una moltitudine di immagini documentali sostanzialmente uniformi, forse intercambiabili nei soggetti/oggetti rappresentati, ma tutte le foto sarebbero omologabili secondo schematismi compositivi e chiavi di lettura pressoché omogenee.

Fortunatamente non è andata mai così e talvolta dei “pionieri”, anche attraverso inconfessabili errori, magari frutto di sperimentazioni o soltanto in modo occasionale, hanno aperto a intuizioni e fatto intraprendere degli indirizzi nuovi.

Gli stessi attenti esteti, amanti del perfezionismo, al cospetto di affermati fotografi spesso però abbozzano o vanno oltre e fanno a meno di esporsi su aspetti prettamente “scolastici” che costituiscono pretesti di eccezione per chi ama sperimentare.

Ben vengano e siano apprezzati, quindi, quei tanti che piuttosto che adagiarsi sugli allori raggiunti o speculare su di essi, preferiscono esporsi sempre verso ricerche continue, per acquisire sempre nuove conoscenze e governare meglio gli elementi in questione. 

Tutto nell’arte ha un significato intrinseco e certi filoni creativi fortemente espressivi, per colpire e corrispondere al messaggio voluto, necessitano obbligatoriamente della invenzione di nuovi linguaggi e talvolta anche di trasgressioni.

Piedi o mani tagliate faranno sempre inorridire i manieristi, ma appariranno aspetti secondari in immagini più estreme che prescindono dalla perfezione nei dettagli e puntano su altro per disorientare l’osservatore e trasmettere volutamente certe sensazioni.

Come in ogni campo artistico ogni opera d’ingegno, anche quella fotografica, ha sempre una storia a sé.

Chissà, magari il fotografo con quel suo click, soffermandosi  su linee e curve a prescindere dall’anatomia classica dei corpi, ricercava un modo diverso per esprimere una maggiore drammaticità, per accentuare il glamour o forse, in una azione di reportage difficoltosa, non ci sarebbe stato altro modo per governare i tagli compositivi e nell’immagine finale che, così catturata, è riuscita ad esprimere perfettamente i contenuti pensati, con risultati completi che non necessitavano d’altro.

In corrispondenza della nascita e durante il veloce percorso evolutivo della fotografia opere pittoriche di impressionisti, macchiaioli, futuristi e ogni forma variegata di astrattismo (si pensi ad esempio ad Edvard Munch o al surrealismo ed al cubismo di Pablo Picasso), hanno alimentato nelle arti visive un proliferare di innumerevoli e differenziati orientamenti, concettuali ed estetici, in parte pure collegati e più in generale influenzati dai tanti movimenti culturali paralleli, che hanno inevitabilmente generato contaminazioni interdisciplinari.

Per quanto intuibile, quindi, processi intervenuti nei movimenti artistici coesistenti, hanno inesorabilmente condizionato, coinvolto e indirizzato anche indirizzi tematici, estetici e concettuali nella fotografia.

La storia ci insegna, del resto, che tutta la cultura del genere umano è improntata allo studio di conoscenze tramandate nel tempo, ma che la stessa deriva e si è sviluppata anche attraverso lampi di genialità di taluni, attraverso loro acute osservazioni di fenomeni occasionali, oltre che in conseguenza di molti esperimenti.

Pertanto nel mondo della creatività facciamo tutti un bagno di umiltà e poniamoci più permissivi, per far sì che circoli sempre liberamente ogni aria nuova e che siano bene accolti tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco nell’intraprendere percorsi sconosciuti.

Siano pertanto i benvenuti tutti quelli che hanno il coraggio di innovare per innovarsi, trasgredendo, nel caso occorra, ogni regola vigente.

A chi è chiamato a osservare semplicemente o giudicare le foto suggerirei, concentriamoci più sui risultati e valutiamo i prodotti per messaggi/sensazioni che riescono a trasmettere e, una raccomandazione importante che certamente può aiutare in certe letture, non trascuriamo di attenzionare il titolo che l’autore ha attribuito all’opera. Al riguardo, cade a fagiolo la citazione dell’amico "U." che recita come “una foto "complessa" … innovativa... sperimentale ... fuori dai canoni manieristici ... il fruitore la legge (bene) solo con un titolo appropriato”.

Facciamo ciò seguendo un percorso indipendente e soggettivo, tralalasciando magari certe ortodossie. I tanti studiosi, semplici osservatori e critici che eventualmente convergeranno verso giudizi e visioni univoche, determineranno di certo nuove “convenzioni”; anche se solo il tempo riuscirà a classificare e consolidare la vera valenza di un autore e nel caso riconoscere l’oggetto contemplato come una “opera d’arte”.

© Essec 
 
 

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